Prenditi 5 minuti, siediti comodo che tu sia al mare, in montagna o in città e immergiti nel bush della Tanzania insieme a Luca, con il racconto sulla sua tanto attesa caccia al leone.

Caccia al leone: “Accade, a volte, che l’oggetto di una passione si trasformi nel soggetto di un’ossessione che non lascia tregua, finché non viene, più o meno simbolicamente, esorcizzata attraverso la conquista.

Per me, dopo le più diverse cacce in Europa, Asia e Africa, la sfida irrinunciabile era ormai il leone. Tra appuntamenti mancati (Un campo chiuso sul Kilombero river) e insuccessi (20 giorni spesi nel Selous a preparare esche, con l’erba talmente alta da nascondermi per ben due volte la preda) si dipanano tre anni di speranze e frustrazioni, accompagnate in parallelo da gravosi impegni di lavoro.

Poi, finalmente, il 7 novembre di qualche anno fa, le lacrime che mi segnano il viso mescolate alla pioggia torrenziale davanti al corpo di “Simba” finalmente steso davanti a me, sciolgono la tensione del desiderio e della fatica e segnano la fine della “caccia”.

Ero a Moyowosi, in Tanzania, ai confini col Burundi, con Ambrogio, mio compagno di caccia e vittima, di riflesso, della mia ossessione. Dopo aver trovato tracce ben evidenti di quattro maschi di leone su una superficie di qualche decina di chilometri quadrati, insieme ai nostri Professional Hunter, cominciammo il paziente lavoro di preparazione delle esche.

Poiché la pioggia cadeva insistentemente abbassando la temperatura, il nostro impegno giornaliero era quello di dislocare il maggior numero possibile di carcasse di antilopi (principalmente “Topi”- Damalisco lunato jimela – e “Lichtenstein’s Hartebeest”), per attirare i leoni, compito non facile, visto che quelle condizioni atmosferiche impedivano la putrefazione delle carni di solito irresistibile richiamo per i grossi felini.

Nel frattempo ci concedevamo l’abbattimento di qualche pregevole trofeo per spezzare la monotonia dell’allestimento e del controllo giornaliero delle esche per la caccia al leone.

Ambrogio aveva abbattuto un magnifico esemplare di Eland, dopo un avvicinamento da manuale che lo aveva portato quasi al centro del branco; io, invece, avevo ottenuto un buon “Bohor Reedbuck” e un vecchio Bushbuck dal bel trofeo, dopo averlo tracciato in un fittissimo bosco di palme.

Aveva dato buon esito anche un’esca posta su di un alto ramo per un leopardo, tanto che un pomeriggio, durante il controllo, il felino, nascosto fra un gruppo di folte erbe in attesa di montare sull’albero, ci aveva accolto con potenti ruggiti. Si era poi dileguato, senza darci la possibilità di tirare.

Inutile citare la quantità di francolini e faraone abbattuti per “la pentola” durante gli sprazzi di bel tempo, quando i volatili si radunavano intorno alle pozze lasciate dalla pioggia: gli uccelli venivano trasformati in delicatezze culinarie dal cuoco del campo per allietare le serate passate a preparare strategie che poi risultavano inefficaci a causa dei continui rovesci.

Durante una di queste cene, la sera del 3 novembre, Ambro, in veste di vaticinatore, con fare convinto, diceva di aver sognato che avrei abbattuto il leone il giorno 7. Accolto da una scarica di vaf…scaramantici era stato subito tacitato sia da me sia dai PH: di mago Otelma ne avevamo già uno in Italia!

Delle otto esche piazzate per questa caccia al leone, solo una era stata attaccata, ma non in maniera convinta, tanto che i giorni successivi nessun leone vi era tornato. Andava a vuoto, sempre a causa della pioggia, anche il trascinamento dietro il fuoristrada dei visceri degli animali abbattuti, che avrebbe dovuto riempire l’aria di aromi irresistibili per i carnivori.

La notte è scura, qualche stella soltanto, e il piccolo branco di zebre è nascosto nella macchia ai bordi della palude.

La vecchia femmina esce allo scoperto, annusando l’aria a più riprese, cercando di cogliere qualche presenza nella piana di fronte che li separa dall’altro cespugliato a quasi tre chilometri di distanza. Certo, il rischio è grande, ma il piccolo gruppo va portato velocemente oltre la piana, in quel bosco di alti alberi che può offrire un riparo migliore, soprattutto a una delle femmine che ha da poco partorito e che si porta dietro il piccolo, malfermo sulle zampette magre, tremanti sugli zoccoli non ancora induriti.

Un breve raglio soffocato dà il segnale; tutto il branco esce dai cespugli, e, attraversato l’ampio spazio aperto, ha quasi raggiunto il centro della piana con un ambio tranquillo, senza precipitazione, prendendosi il tempo per fermarsi a brucare. All’improvviso, ecco che una saetta color ambra si avventa sul cucciolo, facendolo volare con una zampata a dieci metri di distanza.

La madre si precipita verso il piccolo nel tentativo di una tardiva difesa, ma si trova la strada sbarrata da un altro essere color sabbia, con una gorgiera di peli dorati sul petto e una criniera appena accennata. Gli occhi giallo-arancio la trafiggono quasi come gli affilati artigli che ora sente sulla schiena, mentre il potente colpo la fa afflosciare di schianto sulle quattro zampe divenute inerti.

Il resto del branco si è già lanciato nella folle corsa, verso la sicurezza di quel bosco non troppo lontano da un campo tendato in cui altri nemici, più subdoli, stanno dormendo il sonno dei “giusti”… così almeno essi credono.
È l’alba di quello stesso giorno e i due leoni, che da poco hanno formato una coppia, sono sazi. Il maschio sonnecchia sdraiato dietro a un impercettibile dosso su cui giacciono i resti della zebra adulta, la femmina qualche metro più indietro, mentre i primi avvoltoi cominciano a posarsi a rispettosa distanza e altri volteggiano in cielo in fase di avvicinamento. Questo è il rituale che ogni giorno si pepetua da millenni nella Savana africana.

I “Topi” sfilano in lunghe colonne davanti alla Toyota e vengo invitato ad abbatterne un altro che andrebbe appeso a una pianta al limitare del bosco prospiciente la grande piana. È l’ennesimo tentativo per aumentare le possibilità, ma comincio a temere un altro insuccesso, anche se sono qui da una sola settimana. Tutto ciò mi rende nervoso e sbaglio un paio di facili colpi, finché “incoraggiato” a suon di parolacce dai PH, abbatto un magnifico esemplare di “damalisco”, la cui parte anteriore verrà tassidermizzata mentre il quarto posteriore viene legato alla vettura per essere poi appeso.

È proprio a questo punto che il P.H. che mi accompagna in questa caccia al leone, nota un volo di avvoltoi in aumento al centro della piana e dice: “Per me lì c’è il “kill” di un leone: andiamo a vedere, e se c’è davvero lo trasciniamo alla pianta che avevamo scelto….

“Stanotte er leone ce viè de sicuro e domani so c… sua” aggiunge l’altro P.H. in romanesco, per stemperare il clima teso che si sta creando.

Procediamo lentamente nella piana fra sobbalzi e impantanamenti continui; la pioggia ricomincia a scendere forte, mentre gli avvoltoi più vicini si alzano in volo con rumore di tappeto sbattuto. La macchina si ferma, io armo il 300, (non si sa mai!) e il P.H. prende il calibro dodici a pompa e insieme scendiamo: effettivamente a venti metri da noi, su di un piccolo dosso, giace una carcassa di zebra.

Improvvisamente, da dietro la carcassa si erge una testa, poi un torace possente color ambra, infine la figura intera di un leone che si mette di traverso e comincia ad allontanarsi lentamente, senza perdermi di vista. I suoi occhi arancio sono piantati nei miei e percepisco un brivido lungo la schiena. Mi trovo due passi davanti al P.H. e istintivamente alzo il fucile, mentre sento il ragazzo gridarmi: “Ha i peli, tira!”, segnalandomi che si tratta di un maschio. È per questo che sono venuto, dopo due anni di attesa, di frustrazioni e insuccessi.

Lascio partire il colpo con grande determinazione: sento risuonare come un tamburo la cassa toracica del felino, e un tremendo ruggito si leva nella grande pianura. Il leone si accascia, poi si rialza e riparte, offrendomi il posteriore; sparo ancora, ma sbaglio, e fradicio di pioggia, vedo il mio sogno allontanarsi al trotto.

Con l’ultimo colpo lo centro sulla parte posteriore della groppa, immobilizzandolo al terreno. Sto per rilassarmi ma, da non so dove, appare una leonessa, che ci fronteggia venendo verso di noi. Il mio P.H. imbraccia il dodici e scarica un paio di colpi a terra, due metri avanti alla femmina, che si blocca, indugia un istante e fa dietro front in direzione della boscaglia.

Tutto si è compiuto in pochissimi istanti. Ancora non credo ai miei occhi che lascio riempire di lacrime, tanto con questa pioggia nessuno se ne accorge. Oggi è il 7 novembre, come vaticinato da Ambro: un incubo è finito, mi sento leggero e vuoto come un palloncino fuggito di mano a un bambino. La mia caccia al leone è finita e “Simba” è a terra davanti a me. Sotto un basso cespuglio, gettato come uno straccio, c’è un piccolo di zebra con la spina dorsale spezzata da una terribile zampata. Sul terreno all’intorno, le tracce della tragedia consumatasi durante la notte.

L’animale abbattuto, durante questa caccia al leone, è un maschio maturo con una bella gorgiera di peli fulvi e con poca criniera. Mi somiglia moltissimo: parafrasando la battuta di un famoso film sul Vietnam, è proprio il caso di dire: “come lui ce ne sono tanti ma questo è il “mio” leone. Ed è, comunque, la fine della mia ossessione.

Dopo il “kabubi”, la festa africana dedicata all’uccisore di “Simba”, ha luogo il solito rituale dopo l’abbattimento e la tensione di una caccia pericolosa: abbracci commossi, strette di mano e battute. Nel quotidiano rimane l’intensità dei ricordi del viaggio venatorio, la vertigine fisica ogni volta che guardi il trofeo e, come ora, il vuoto di quando senti di mancare da troppo tempo dall’Africa.”

Luca Bogarelli